Pensare le parole

di Bruno Bettenzani

 

Pensare le parole - di Bruno Bettenzani: le parole “sono fonte di malintesi” dice la Volpe al Piccolo Principe nell’omonimo racconto di Antoine de Saint Exupéry. Ogni giorno esprimiamo pensieri con parole alle quali, in forza dei nostri valori, esperienze, convinzioni, attri-buiamo dei significati. Chi ascolta, per le stesse ragioni, può attribuirgliene altri.Le parole “sono fonte di malintesi” dice la Volpe al Piccolo Principe nell’omonimo racconto di Antoine de Saint Exupéry. Ogni giorno esprimiamo pensieri con parole alle quali, in forza dei nostri valori, esperienze, convinzioni, attribuiamo dei significati.
Chi ascolta, per le stesse ragioni, può attribuirgliene altri. Ciò non rappresenta sempre un ostacolo: abbiamo imparato che per poter comunicare dobbiamo dare per acquisita la condivisione dei significati di molte parole ed espressioni. Se non lo facessimo, la comunicazione diverrebbe impossibile. Per contro, ci sono situazioni nelle quali riteniamo necessario chiarire che cosa esattamente intendiamo con una certa parola, e ciò avviene quando ci rendiamo conto che non possiamo accettare lo scarto tra il significato che noi le attribuiamo e quello che altri le attribuiscono o potrebbero attribuirle.
Ma quanto più cerchiamo di essere precisi, tanto più ci avventuriamo su un terreno instabile, caratterizzato dall’ambiguità, che riguarda in molti casi non solo il significato puro e semplice della parola, ma la sua percezione dal punto di vista valoriale.

Chi pensa oggi che la parola “vergogna” possa designare un sentimento positivo? La vergogna, nella percezione comune, non ha in sé nulla di apprezzabile. Non a caso quasi più nessuno si vergogna di alcunché.

Oppure, se parliamo di “opportunità”, non possiamo ignorare che questa parola porta con sé qualche contraddizione: non sempre un’opportunità è tale per tutti o comunque non in eguale misura. Oltre a ciò, le conseguenze di una scelta opportuna per qualcuno possono costituire un danno per qualcun altro e infine non è detto che ciò che è opportuno sia anche giusto.

E ancora: l’ottimismo è cosa buona oppure no? Pochi sarebbero disposti a mettere in dubbio che essere ottimisti è molto più vantaggioso che non esserlo; ma sulla scorta di questa certezza pressoché indiscussa si consumano inganno e manipolazioni, fino a decretare che chi non è riuscito ad emergere, chi nella vita non ha avuto successo – parola anche questa terribilmente ambigua – è colpevole di non essere stato abbastanza ottimista.

 

Ora, non tutti sono in grado di riconoscere le insidie che a volte si celano nelle parole, ma chi le vede ha il dovere di svelarle. Quando si avverte che dietro a una parola, usata in un certo modo e in un determinato contesto, potrebbe esserci dell’altro che può rimandare a qualcosa di poco nobile o di inquietante, è necessario farsene testimoni.

Può accadere che manchi il coraggio, perché mettere in discussione i miti sui quali si reggono le organizzazioni ha un che di sovversivo. Essi infatti si nutrono anche di parole e dei significati che le organizzazioni attribuiscono loro, e non sempre un’organizzazione è disposta a valutare benevolmente il contributo positivo che la critica rappresenta per la sua crescita.

E tuttavia, chi pensa avverte il pericolo della decomposizione del senso critico provato dall’uso superficiale e improprio delle parole, e ha il dovere di smascherare gli equivoci.

 

 

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