"GIOVANNI PAOLO IL GRANDE"
di Bruno Bettenzani
Perché tante persone, credenti e no, piangono la scomparsa di Giovanni Paolo II? Di che cosa sentono la mancanza? Perché sperimentano una nostalgia e uno struggimento tanto profondi?
Karl Rahner ha scritto che il cristiano è colui che dice un sì fondamentale all'esistenza, alla sua condizione umana; è colui che non innalza un grido di protesta rabbioso e disperato; è colui che accetta la realtà e tuttavia agisce per renderla migliore. Credo si possa dire che questo è anche ciò che caratterizza un'umanità compiuta, che vive l'esperienza del passaggio su questa terra in pienezza.
Giovanni Paolo II ha incarnato vitalità, tensione e tranquillità al tempo stesso, apertura per il mistero e per ciò che è sconfinato, accettazione della condizione umana, anche nella sofferenza. Ha fatto comprendere che nessun uomo è respinto da Dio e che è possibile trovare pace aprendo le porte alla sua misericordia.
E' di questo che ogni essere umano che pensa sente nostalgia. Nonostante ognuno di noi sappia che questo non può trovare compimento su questa terra, non cessa di avvertirne un insopprimibile e ardente desiderio. Ognuno spera di essere avvolto in un abbraccio di perdono, di essere accolto e accettato senza riserve, di essere riconosciuto nella sua originalità e nella sua dignità, di trovare pace dentro se stesso e di scoprire il senso più profondo del suo fare e del suo esistere. Il Papa scomparso ha mostrato al mondo che questa speranza non solo è fondata e ragionevole, non solo è giusta e merita di essere tenuta desta con ogni energia e fatica, ma può, in qualche modo, trovare un'anticipazione.
Per questo lo piangiamo.
Giovanni Paolo II ha mostrato come sia possibile vincere sfide ritenute impossibili, sopportare le avversità, trovare punti di incontro e di intesa là dove sembrava potesse regnare solo il conflitto, insistere e battersi con coraggio per proclamare e difendere la dignità delle persone, di tutte le persone. Ha mostrato che il dialogo è qualcosa di diverso dal compromesso e ha reso evidente come sia possibile riavvicinare posizioni distanti senza alzare la voce o cedere all'arrendevolezza. Ha indicato strade difficili, ma ha aiutato a comprendere che solo su quelle vale davvero la pena di spendersi e di consumare l'esistenza. Ha incoraggiato gli uomini e le donne della terra a non temere, a non avere paura, essendo certo consapevole che è quando abbiamo paura che esprimiamo il peggio di noi stessi. Egli stesso ha dato prova, in innumerevoli occasioni, di non avere paura. In modo particolare, non ha avuto paura di essere se stesso e di portare a compimento il lavoro cui era stato destinato. Alla chiamata di Dio non ha risposto, come hanno fatto in molti da Adamo in poi, “mi sono nascosto”.
Se è vero che un leader è colui che ha, come qualcuno ha scritto, attese irragionevoli, non c'è dubbio che Giovanni Paolo II sia stato un grande leader. Vi sono uomini che si preoccupano di che cosa accadrà nei prossimi mesi e non riescono a gettare lo sguardo al di là di un ambito ristretto. Vittime delle loro ambizioni, delle loro meschinità e delle loro contese, conseguono obiettivi piccoli, si lasciano sorprendere dagli eventi e attribuiscono ad altri o alla circostanze la responsabilità dei loro fallimenti. Il vero leader “vede” che cosa vuole far accadere in un tempo molto lungo e in un orizzonte molto ampio.
Il pontificato di Giovanni Paolo II è stato caratterizzato da una visione di largo respiro, che ha abbracciato molto tempo e larghi spazi. La Provvidenza gli ha dato la possibilità di realizzarla. Ma noi amiamo credere che egli, con la sua energia e con il suo sentirsi giovane, a dispetto dell'età e della sofferenza, ne abbia agevolato l'opera.
Sentiamo di avere perduto un modello e un riferimento morale in un tempo che ne ha enorme bisogno e non sappiamo quando una figura uguale farà di nuovo la sua comparsa sullo scenario meraviglioso e drammatico di questo pianeta.
Martin Buber scrive in un suo libro dell'acuta domanda di Rabbi Sussja: “Nel mondo futuro non mi si chiederà: perché non sei stato Mosé? Mi si chiederà invece: perché non sei stato Rabbi Sussja?”
Non sappiamo quali domande l'Altissimo abbia posto a Giovanni Paolo II accogliendolo nella sua gloria, ma se gli ha rivolto questa, crediamo che abbia potuto rispondere: “Si, sono riuscito ad essere Giovanni Paolo II”.
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