Le cose da fare

 

“Ieri in occasione del nostro meeting annuale ci siamo trovati coesi in un’anima comune e riscoperti più forti”.

“Mi raccomando! Massima concentrazione, incisività e voglia di fare”.

“C’è sempre da imparare”.

“Forza. Restiamo sulla stessa lunghezza d’onda e usciremo da questa crisi”.

“Più impegno! Questo vorrei. Più attenzione e più dedizione”.

 

A chiunque, almeno una volta nella vita, sarà capitato di sentirsi dire o di pronunciare frasi simili a queste.
E dove sta il problema?
Se è vero che i problemi risiedono nella distanza fra il “dovrebbe” e l’ “è”, il dovrebbe non traspare.
Al suo posto traspare il vuoto. Un vuoto dal quale però possono derivare alcuni vantaggi.

 

 

In primo luogo è possibile evitare di assumersi impegni.
Nessuno è chiamato a mettere in atto alcunché.
Di  conseguenza diventa superflua qualsiasi azione di controllo.

In secondo luogo ci si può crogiolare nell’idea di essersi compresi a fondo gli uni con gli altri senza che ciò sia realmente accaduto.

 

Lontano da facili entusiasmi, però, i problemi sono destinati ad emergere presto.

Innanzitutto è pensabile che prima o dopo ci si ritrovi a dover chiarire il significato di espressioni  come “anima coesa”, “essere se stessi” o “stessa lunghezza d’onda”.

A questo punto ci si potrebbe rendere conto che ciascuno ha un’idea diversa di cosa si intenda dire con tali espressioni.

Un problema di linguaggio.
Ancora una volta un problema di linguaggio.
Quale potrebbe essere la soluzione?

 

Recuperare il senso del fare.
Il suo valore.

In un’epoca dove avere idee brillanti sembra essere lo scopo dei più, potremmo ritrovarci presto con un gran numero di idee e nessuno pronto a metterci mano per realizzarle.

Usare un linguaggio per azioni e non per principi potrebbe essere un buon primo passo.

In cosa consiste la differenza?

 

Un esempio di linguaggio per principi: “Voglio essere più buono con mia moglie”.

Linguaggio per azioni: “Sabato mattina la accompagnerò a fare la spesa e porterò le borse al posto suo fino al quarto piano”.

 

Linguaggio per principi: “Voglio impegnarmi di più”.

Linguaggio per azioni: “Domattina mi metterò al computer e manderò l’offerta ai clienti x e y per l’acquisto del prodotto z”.

 

Linguaggio per principi: “Voglio essere più incisivo”

Linguaggio per azioni: “Voglio contattare cinquanta nuove referenze e fissare almeno 10 appuntamenti entro la fine del mese”.

 

IL linguaggio per azioni comporta un vantaggio e uno svantaggio:

Vantaggio: se farò ciò che ho detto, questo si vedrà.

Svantaggio: se non farò ciò che ho detto, anche questo, inevitabilmente, si vedrà.

 

Vantaggio: è pensabile che le persone si capiscano prima e meglio usando un linguaggio per azioni. La soglia di equivoco che fisiologicamente connota le comunicazioni tra esseri umani sarebbe abbassata.

 

L’altra settimana, non ricordo dove, ho visto una vignetta divertente.
Un manager entusiasta, da un palco, chiedeva ad un pubblico di collaboratori chi tra loro era a favore del cambiamento. Il pubblico sorridente veniva rappresentato con le mani alzate in segno di consenso.
Nella stessa vignetta, subito sotto, lo stesso manager chiedeva chi fosse disposto a compiere un’azione concreta, fin da subito, per cambiare un proprio comportamento e tutti i collaboratori venivano rappresentati a testa bassa nel tentativo di glissare la domanda.

 

Non esiste chi, a parole, non desideri il cambiamento.

Tutti lo vogliono, ma non è difficile accorgersi che quando le persone parlano di cambiamento, troppo spesso si riferiscono a quello degli altri.

 

 

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