Le cause dello stress: fuori o dentro di noi?

di Bruno Bettenzani

 

Che cosa ci procura stress?

“Questo lavoro mi stressa…”
“Lui mi stressa…”
“Questa storia mi ha stressato…”

Quante volte abbiamo pronunciato o ascoltato frasi come queste? Che cosa c’è di vero e di sensato in questo modo di esprimersi?

Gli eventi esterni, i comportamenti di altre persone, i problemi e le difficoltà in cui ci imbattiamo hanno veramente la possibilità di indurre ansia e stress, oppure siamo noi che conferiamo a questi agenti un simile potere?

Qualcuno ha scritto che non sono le cose che ci accadono che ci procurano stress, ma l’interpretazione che noi ne diamo. Si tratta di un’ipotesi in prima battuta difficile da accettare e tuttavia ognuno di noi ha avuto più volte l’occasione di verificarne personalmente la fondatezza. Quante volte, infatti, ci è capitato di percepire e di vivere in modo radicalmente diverso situazioni del tutto simili?

Qualcuno ha scritto che non sono le cose che ci accadono che ci procurano stress, ma l’interpretazione che noi ne diamo.

Si tratta di un’ipotesi in prima battuta difficile da accettare e tuttavia ognuno di noi ha avuto più volte l’occasione di verificarne personalmente la fondatezza. Quante volte, infatti, ci è capitato di percepire e di vivere in modo radicalmente diverso situazioni del tutto simili?

La stessa situazione o lo stesso problema, affrontati in un contesto diverso, con una predisposizione diversa oppure in un momento diverso, possono provocare stress o esserci pressoché indifferenti.

 

Che cosa significa questo? Significa appunto che non sono gli eventi in sé che ci condizionano, ma è la percezione che noi ne abbiamo.

E noi siamo liberi di mutare, se lo vogliamo, la nostra percezione? Fondamentalmente si, anche se non è facile. Siamo liberi di cambiare il nostro modo di vedere una persona e dunque di rapportarci ad essa, così come siamo liberi di vivere un evento attribuendogli significati diversi.

 

Consideriamo, per esempio, il modo in cui la maggior parte di noi vive il successo o l’insuccesso. Tutta la nostra vita di imprenditori, di manager, di venditori si gioca, inevitabilmente, sulla dimensione del risultato e guai se così non fosse.

I termini secondo i quali siamo abituati a ragionare, ad esprimerci e a classificare le nostre esperienze sono quelli di “risultato positivo” o “risultato negativo”. Dal punto di vista del linguaggio, queste modalità di espressione sono ineccepibili: se un progetto, un’idea, un programma hanno funzionato si dirà che il risultato è stato positivo, altrimenti che è stato negativo.

Il risultato positivo ci provoca soddisfazione, desiderio di riprovarci, magari puntando ancora più in alto, mentre un risultato negativo, un insuccesso,  ci  provoca ansia, timore, caduta dell’autostima, stress.

 

Se dal punto di vista del linguaggio le cose sono abbastanza semplici, e in fondo è bene che lo siano altrimenti prima o poi non riusciremmo più a comunicare, esse diventano un po’ più complesse dal punto di vista delle diverse interpretazioni mentali che possiamo dare ai risultati che otteniamo.

In concreto: siamo sempre sicuri che un risultato che appare negativo possa sempre essere definito un insuccesso?

Si racconta che Edison trascorresse lunghe giornate nell’inutile tentativo di creare una lampadina che rimanesse accesa per almeno qualche minuto prima di scoppiare. I curiosi che stazionavano fuori dal suo laboratorio sapevano benissimo quello che stava succedendo quando, per tutto il giorno, sentivano l’interminabile serie di scoppi che si verificavano all’interno e pare che alcuni di essi ne ridessero.

Fu così che una sera, quando Edison uscì dal laboratorio, uno di questi, probabilmente in vena di scherzi, gli domandò:

“Ehi, Thomas, che cosa hai inventato oggi?”

E Edison, imperturbabile:

“Oggi ho inventato un altro modo in cui non si inventa una lampadina!”

 

Naturalmente non possiamo pensare che un imprenditore dovrebbe ad ogni costo andare a caccia di insuccessi, perché questo potrebbe essere molto nocivo per sé e per le persone di cui è responsabile, ma possiamo riflettere sull’utilità degli errori che ci accade di commettere e sui risultati negativi ne derivano.

 

La prima osservazione che possiamo fare, anche alla luce dell’esperienza comune a ogni essere umano, è che l’errore costituisce la via privilegiata all’apprendimento.

Ognuno di noi apprende in quanto commette errori, o meglio: ognuno ha la possibilità di apprendere nella misura in cui riesce a capitalizzare i suoi errori, traendo da essi esperienze che gli permettano di evitarli, per quanto possibile, nel futuro.

Se la nostra visione dell’errore e dell’insuccesso diventa questa, la dimensione che errore e insuccesso assumono è più positiva e perfino più produttiva e dunque non più causa di stress, ma occasione di apprendimento e di crescita personale.

Si racconta che un impiegato, dopo aver commesso un errore costato alla sua azienda parecchi milioni, si fosse presentato al proprio capo con le dimissioni in mano, ma si fosse sentito rivolgere queste parole: “Giovanotto, a causa del suo errore abbiamo appena speso una cifra non indifferente per la sua formazione. L’azienda non può permettersi che lei se ne vada proprio ora che ha imparato qualcosa di molto importante. Le sue dimissioni sono respinte.”

 

Ciò che conta è imparare dai propri errori e saper cambiare all’occorrenza la propria strategia. Se, per esempio, non riusciamo ad ottenere una cosa, spesso è solo questione di come la chiediamo.

Probabilmente la staremo chiedendo nel modo sbagliato e il non ottenerla ci provoca stress. Impariamo a essere flessibili, cambiamo la nostra strategia, osserviamo i risultati provocati dal cambiamento e agiamo di conseguenza.

Deprimersi e andare in ansia non è una buona strategia: toglie lucidità, non aiuta a capire dove abbiamo sbagliato e per questo induce spesso a ripetere i medesimi errori.

 

Un’altra delle maggiori cause di stress nella vita di una persona consiste nel cercare di controllare cose che, per definizione, non possono essere controllate. La convinzione di poter davvero controllare il comportamento degli altri, compresi quanti sono sotto la nostra supervisione, genera stress e sfiducia in noi stessi quando non ci riusciamo. Possiamo influenzare le persone comunicando loro le nostre aspettative circa i comportamenti positivi o negativi, ma solo loro possono decidere di cambiare il loro comportamento.

 

A volte ci accade di focalizzarci a tal punto sulle cose che non possiamo controllare, o anche soltanto influenzare, da perdere di vista le cose che sono effettivamente alla nostra portata, quali per esempio i piccoli tentativi quotidiani che possiamo effettivamente compiere per modificare in meglio i nostri comportamenti, cosa che può produrre risultati assai più gratificanti dell’impresa, spesso inutile, di cambiare quelli degli altri.

Così facendo si corre il rischio di andare ad unirsi a quella nutrita schiera di vittimisti che concentrano sempre la loro attenzione sugli altri e su ciò che essi dovrebbero fare, anziché su se stessi e su quello che “loro” potrebbero fare per migliorare le cose.

E’ un comportamento che D.L. Hultgren ha definito “sindrome della tazza da water”: si gira e si rigira attorno alle cose scendendo poco alla volta. Ci sono cose che possono fare solo gli altri? Certamente. Ma ce ne sono altre che possiamo fare soltanto noi.

Potrebbe essere utile, quando ci sentiamo stressati e avvertiamo di essere prossimi al vittimismo, recitare questa “preghiera”:

“Dammi il coraggio di cambiare le cose che io posso cambiare, la serenità di accettare le cose che non posso cambiare e la saggezza di comprendere la differenza.”

 

 

Bruno Bettenzani

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