La lezione di Sparta

di Mario Palermo

 

Le ultime statistiche sulla fedeltà delle persone al lavoro e all’azienda forniscono un’allarmante evidenza.

Ci indicano senza ombra di dubbio che si è perso quello spirito di appartenenza, quel senso di identità aziendale che hanno vissuto più intensamente coloro che sono passati per il lavoro durante il boom economico degli anni 60.

Qua e là dentro qualche bar di paese, nostalgiche testimonianze, vividi ricordi di com’era lavorare due ventenni fa.

Della serie “com’era e come eravamo”, molti lavoratori ormai in pensione, ricordano il bel periodo in cui si sentivano parte di un’avventura.

Tempi di grandi fermenti tecnologici, di sentita partecipazione, quando le gratificanti scoperte del laboratorio divenivano motivi di vanto nel riprodurle in capannone alla catena di montaggio.

Testimonianze di chi non era nato col senso del lavoro addosso, ma lo aveva appreso tra macchine utensili e sale riunione, nel fare e nel parlare, nel confrontarsi e nel discutere.

A sentir parlare chi quell’epoca l’ha vissuta da lavoratore impegnato, si ha la netta impressione che egli fosse convinto di costruire giorno per giorno qualcosa di buono, di straordinario.

Dai racconti appare l’immagine nitida di capi leader che trasmettevano il senso del lavoro, dell’esserci, del partecipare attivamente al successo dell’azienda.

Quando sento queste persone parlare dei loro tempi, avverto in loro il piacere di rivendicare l’appartenenza ad un periodo straordinario, dove il lavoro non era soltanto un mezzo per procurarsi denaro, ma la via per una realizzazione più profonda di sé.

L’occupazione era un percorso che serviva loro per concretizzare un’identità personale e professionale non solo ben definita ma anche socialmente apprezzata. Apprezzata perché lavorare era partecipare, costruire, realizzare, innovare e non era importante il grado gerarchico, ma la convinzione che il proprio ruolo fosse utile, centrale per la causa.

Questo era un motivo forte di gratificazione e di vanto per ogni lavoratore degno di questo nome.

 

A questo punto è necessario porsi delle domande:

  • come riuscirono quelle aziende a far vivere il lavoro così intensamente?
  • chi e cosa determinò quel così elevato senso del lavoro?

I fattori sono svariati, ma già due dei tanti possono bastare.

 

Uno è il fattore PERSONA, l’altro è il fattore CAPO.

 

Time management - Esistono persone che nel lavoro riescono a trovare fattori di motivazione e di realizzazione straordinari e, indipendentemente dalla loro funzione, si applicano nel quotidiano lavorativo con anima e passione.

 

Esistono persone che nel lavoro riescono a trovare fattori di motivazione e di realizzazione straordinari e, indipendentemente dalla loro funzione, si applicano nel quotidiano lavorativo con anima e passione.

Sono coloro che apprezzano la dimensione realizzativa dell’occupazione, tanto da appassionarsi al fare, alla fatica, al raggiungimento di un obiettivo così come ci si può appassionare ad un safari in Africa.

Persone che riescono a godersi un giorno di lavoro con la stessa curiosità e intensità che si possono provare in una giornata nella savana a contatto con leoni e giraffe.

Persone che sanno apprezzare momento per momento l’occasione di partecipare alla costruzione di qualcosa, alla realizzazione di un progetto, lontane dalla noia, perché il lavoro, se manca se lo vanno a cercare, dimentiche dell’orologio, perché arrivano le 17,30 senza neanche accorgersene.

Come gli animali della savana, questo tipo di persone è a rischio estinzione e se non impariamo a proteggerle e a moltiplicarne il numero sarà sempre più ardua vincere la concorrenza esterna.

 

Qualcuno dice che un periodo di crisi come questo potrebbe aiutarci ad apprezzare di più il lavoro fino a riamarlo.

Questo perchè il lavoratore dipendente è un essere umano e come tutti gli esseri umani funziona in modo assai curioso.

Ad esempio, molte persone riescono ad apprezzare ciò che hanno solo quando il loro possesso è messo a repentaglio da qualcuno o qualcosa.

Iniziano ad apprezzare il tempo libero quando di tempo libero ne hanno ben poco.

Apprezzano la propria compagna solo quando rischiano di perderla, si sentono fortunati a stare in salute solo dopo aver sofferto qualche acciacco.

 

E nel lavoro?

Spesso anche questo scenario si presta alla dinamica del rischio.

Quando si rischia di perderlo lo si apprezza maggiormente.

Viepiù dopo 15 anni vissuti in azienda, se essa dovesse correre il rischio di essere chiusa, non solo si proverebbe preoccupazione, nostalgia e rammarico, ma ci si sentirebbe in fondo anche responsabili della situazione, ancorché solo in parte. Se in qualche angolo remoto della nostra coscienza una vocina sommessa ci dice ancora che è un peccato che l’azienda chiuda, siamo ancora in grado di salvarci dal diluvio dell’indifferenza. Possiamo ancora tentare di innamorarci del nostro lavoro e dell’azienda per cui lavoriamo.

 

L’altro fattore è il capo: egli può insegnare come si sta in azienda e come si può vivere il proprio lavoro amandolo e amando l’azienda come se fosse la propria.

Se è vero che né al liceo tanto meno all’università si impara a vivere l’impresa, come può un capo pretendere che un venticinquenne appena assunto si appassioni al lavoro da sé, senza l’aiuto di nessuno?

Serve ancora quella figura di capo educatore di cui raccontano pensionati nostalgici ma orgogliosi di averli avuti.

Abbiamo ancora, e come non mai bisogno di educatori, persone che sappiano insegnarci l’amore per la nostra organizzazione, così come si insegna l’amore per la Patria.

 

Siamo nella stessa situazione di Sparta, non sopravvissuta a se stessa per mancanza di piena partecipazione. Se  non torneremo ad interessare “gli iloti” alla sopravvivenza del sistema lavoro, la guerra della concorrenza, non potrà essere né combattuta né vinta.

 

Mario Palermo

 

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