Di libro in libro – Vivere insieme

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 10

Vivere insieme

 

Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai nazisti nel campo di concentramento di Flossemburg il 9 aprile del 1945, è una della voci più rappresentative della teologia e dell’ecumenismo del secolo scorso.

Nella sua raccolta di meditazioni “Fedeltà al mondo”, edito da Queriniana, scrive:

 «Vi capiterà più volte nella vita di incontrare uomini – e forse anche voi appartenete a questo tipo – che ritengono una prova di carattere lo schiacciare immediatamente con la violenza ogni resistenza, ogni contraddizione, ogni diversità, e addirittura sono orgogliosi di trovare resistenza e inimicizia, perché questo è il loro modo di dimostrare la propria forza. Perciò si dice: “Molti nemici, molto onore” e “Ogni cedimento è mancanza di carattere”. [] Ma ha molto poco a che fare con la forza di carattere il dare botte in testa, in senso figurato o effettivo, ad un altro uomo , solo perché è diverso. Per la verità si dà molto maggior prova di carattere quando si cerca di intendersi e di trattare con l’altro senza per questo rinunciare a se stessi. L’intendersi con gli altri, senza darsi botte in testa reciprocamente, è il vero e proprio compito della vita.»

 

Dietrich Bonhoeffer, ucciso dai nazisti nel campo di concentramento di Flossemburg il 9 aprile del 1945, è una della voci più rappresentative della teologia e dell’ecumenismo del secolo scorso. Nel sua raccolta di meditazioni “Fedeltà al mondo”...

 

È interessante osservare come Bonhoeffer presenti “l’intendersi con gli altri” non come una possibilità o un’opportunità, ma come un “vero e proprio compito”, anzi, il” compito della vita.

Questo “dover essere” in dialogo o, quantomeno, in una predisposizione dialogica, induce a qualche riflessione sulla struttura fondamentale della personalità umana, che è la relazionalità, e fa nascere la domanda circa le visioni che possono sostenerci nel corrispondere a questa struttura, oltre che sulle difficoltà che la inibiscono.

 

Ci pare di poter prendere esame due prospettive che possono utilmente alimentare la fedeltà alla struttura relazionale umana.

La prima riguarda il rapporto con sé stessi e si esprime nella disponibilità a definirsi.

Definirsi non significa, in questo caso, tracciare semplicemente un’immagine di sé e accettarla come immutabile.
Significa, invece, lavorare su se stessi e modificarsi, come in un costante lavoro di ri-finitura del carattere e della personalità. Carattere e personalità sono fiori che vanno curati, seguiti e alimentati, per poter essere offerti agli altri affinché ne possano godere.

Nello stesso tempo, è necessario accettare se stessi e sapersi presentare agli altri per quello che si è: non c’è relazione onesta né dialogo senza veracità.

 

La seconda prospettiva che può essere di aiuto è data dalla consapevolezza che l’altro si trova nella mia medesima posizione e può, se vuole, farsi carico del mio stesso compito.

Come afferma Husserl,

«… egli è nel mio campo d’esperienza così io sono nel suo e noi non siamo semplicemente coesistenti, bensì coesistenti l’uno per l’altro. In questo caso ciascuno nella sua esperienza soggettiva, ed entrambi in una possibile esperienza reciproca, abbiamo costituito un mondo comune.»

 

Ma quali sono, invece, gli elementi che ci inducono alla violenza? Che cosa rende così forte l’affermazione di sé, anche attraverso la sopraffazione?

Forse mai nella storia l’uomo ha visto la sua esistenza tanto connotata dalla competizione.

Si tratta di una dimensione entrata ormai nel modo di vivere e assorbita come stile, identificata anzi come il motore stesso del progresso.
Non c’è dubbio che vi sia del buono e del salutare nel competere, ma è altrettanto evidente che, quando la competizione non è purificata dalle scorie della sopraffazione, le vie sulle quali conduce non sono quelle di un’autentica umanizzazione. La competizione dovrebbe essere intesa nella modalità del “per” anziché in quella del “contro”: competere per gli altri, non contro di loro; dare il meglio di sé per il bene comune e non per sottrarre agli altri pienezza di vita.

 

Un secondo elemento che determina violenza è la paura.

Gli esseri umani temono la diversità e tendono a vedere in essa una potenziale minaccia.

 

Si fidano invece di ciò che li conferma, ossia di ciò che corrisponde ai loro modelli. Ed è così che pongono un limite al loro sviluppo.

Questo atteggiamento non riguarda soltanto il rapporto con le persone, ma anche quello con le idee: chiunque ama ricevere conferme e sentirsi dare ragione, ma non è attraverso queste gratificazioni che si cresce.

Non possiamo imparare molto da chi la pensa come noi. Nella migliore delle ipotesi, sentirsi dare ragione rafforza l’autostima, ma non insegna niente.

Si impara, al contrario, ricevendo smentite, ossia nell’incontro con qualcosa di diverso rispetto a ciò che si è abituati a pensare e nella disponibilità a valutarlo senza pregiudizi.

 

Occorrerebbe dunque saper passare dalla tentazione dell’assimilazione alla valorizzazione della differenza e percepirla come ricchezza.

Ora, poiché chi ci propone un’idea diversa e nuova è sempre qualcuno che si pone davanti a noi con la sua personalità, il suo carattere e il suo linguaggio, la questione non riguarda innanzitutto l’accoglimento dell’idea, ma quello della persona che la veicola.

È l’altro che bisogna accogliere, perché egli viene prima della sua idea. Anzi, l’accoglienza dell’ altro è proprio la condizione perché egli ce la possa proporre con libertà ed efficacia.

 

Ecco dunque che sconfiggere la paura dell’altro come portatore di diversità inaugura un dinamismo virtuoso: aprendo le finestre dell’empatia induciamo fiducia nella persona che ci sta di fronte e così facendo la aiutiamo a rivelarsi e ad arricchirci.

 

 

 

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