Di libro in libro – Profezie

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 17

Profezie

 

 

Scrive Paul Watzlawick nel suo “Istruzioni per rendersi infelici”, edito da Feltrinelli

 «Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui e farselo prestare.
A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo volesse prestare?
Già ieri mi ha salutato appena.

Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me.
E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa.
Se qualcuno mi chiedesse un utensile io glielo darei subito. E perché lui no?
Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza degli altri.
E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui, solo perché possiede un martello. Adesso basta!

E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questo abbia il tempo di dire “Buongiorno”, gli grida: “Si tenga pure il suo martello, villano!”»

 

 

 

Sono le nostre immagini mentali a generare i nostri comportamenti.

Questo enunciato potrebbe far pensare ad una legge ineluttabile, contro la quale nulla è possibile.

Le cose, in realtà, stanno diversamente, perché noi abbiamo la possibilità di modificare le nostre visioni, in maniera tale da modificare i nostri comportamenti.

Il fatto è che, talvolta, le convinzioni delle quali ci alimentiamo sono talmente radicate da far sì che questo potere ci sfugga o che neppure lo prendiamo in considerazione.

 

È noto che il modo migliore per non vendere un prodotto consiste nel non proporlo, ritenendolo invendibile.

Questo comportamento finisce per confermare la fondatezza della profezia.

 

La stessa cosa accade nell’esercizio della leadership: un capo convinto che un collaboratore non sia in alcun modo motivabile tenderà a comportarsi in modo tale da indurre il collaboratore ad esprimere negatività e demotivazione.

Ciò gli consentirà di affermare che aveva ragione nel formulare il suo giudizio.

 

Si tratta di una spirale dalla quale è possibile uscire solo a condizione di metterne radicalmente in discussione il presupposto, che è la propria visione.

Occorre verificare con onestà la pertinenza della propria costruzione mentale e vagliarla alla luce di fatti oggettivi.

Ma ciò richiede una lucidità non indifferente, perché chiunque è disposto a giurare sulla “oggettività” dei propri punti di vista e sono davvero pochi quelli disposti a rinunciarvi, tanto più che, in alcune circostanze e per alcune persone, veder avverarsi le proprie previsioni, comprese quelle negative (io l’avevo detto…), rappresenta, sul piano psicologico, un tornaconto più gratificante di eventuali risultati positivi.

 

È interessante notare, infine, come la semplice acquisizione di informazioni e la conseguente costruzione di un giudizio, non importa quanto fondato, possano influenzare l’evolversi delle situazioni.

 

È il caso di quell’insegnante cui fu affidata una classe di ragazzi non proprio fra i migliori dell’istituto e dai modestissimi risultati, con l’invito a trarne il meglio poiché, le fu detto, si trattata di alunni ad altissimo potenziale ai quali si poteva chiedere molto, perché molto avrebbero potuto dare.

L’ignara insegnante si comportò come se avesse di fronte i migliori elementi ed ottenne risultati eccezionali. Trattati come persone dalle elevate potenzialità, quegli allievi le espressero realmente.

 

Dall’esperimento, ovviamente, non si possono trarre conclusioni valide per tutte le situazioni. Tutto ciò che dimostra è che, in alcune circostanze, trattare le persone come se potessero operare al massimo delle loro possibilità, può indurre a farlo.

La cosa non è sicura, ma abbastanza interessante da indurre i più curiosi a provarci.

 

 

–> CAPITOLO 18

 

 

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