Di libro in libro – Insegnare

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 9

Insegnare

 

Paul K. Feyerabend, storico e filosofo della scienza, nel suo libro “Dialogo sul metodo”, edito da Laterza, induce a riflettere, attraverso un dialogo immaginario tra chi crede di sapere e chi sa di non sapere, su molti temi cruciali della cultura d’oggi.

Con uno stile spesso paradossale, anticonformista e ironico, mette in discussione metodi e certezze. A proposito dell’insegnamento scrive:

«… è necessario […] combinare l’insegnamento, o la presentazione di nuove vedute, con misure protettive. Un buon maestro non solo farà accettare agli altri una forma di vita, ma fornirà loro anche i mezzi perché possano vederla nella giusta prospettiva e forse persino rifiutarla. Cercherà di influenzare e di proteggere insieme. Non solo farà propaganda alle sue idee, ma aggiungerà un ingrediente che le renda meno letali e che protegga la mente dalla sopraffazione.»

 

Paul K. Feyerabend, storico e filosofo della scienza, nel suo libro “Dialogo sul metodo”, edito da Laterza, induce a riflettere, attraverso un dialogo immaginario tra chi crede di sapere e chi sa di non sapere, su molti temi cruciali della cultura d’oggi.

 

 

Viene in mente, leggendo queste affermazioni, quel che diceva Winston Churchill:

«Sono sempre pronto ad imparare; non sempre a lasciare che mi insegnino.»

 

Chi si occupa di formazione sa benissimo che non tutti sono disponibili a imparare.

Non in tutti il desiderio di conoscere matura con la stessa intensità e prontezza e non tutti aderiscono ad una teoria, a un metodo o a un’idea con il medesimo entusiasmo.

Se, tuttavia, sono ben condotte a valutarne la pertinenza o l’utilità, le persone accettano quantomeno di prendere in considerazione quanto viene presentato.

 

Ora, il punto è precisamente questo: come condurre le persone a valutare una proposta nel modo più opportuno. Questo problema, quando è in gioco l’acquisizione di capacità tecniche, sulle quali tutto sommato c’è poco da discutere (se usi questo programma in questo determinato modo e segui questa procedura, ottieni questi risultati…), raramente si pone.

Emerge invece con evidenza quando si tratta di mettere in discussione convinzioni e comportamenti.

Giorgio De Chirico ha ben riassunto in che cosa consista la modalità che facilita l’incontro fra docente e discente:

«L’autentica sapienza risiede principalmente nel sapere insegnare agli altri avendo l’aria di non insegnare affatto, proponendo anche le cose che gli altri non sanno come se le avessero soltanto dimenticate, proponendole dunque nel linguaggio che sanno, trasparente e piano.»

 

È noto, infatti, che, quanto più le persone hanno accumulato esperienze e da esse tratto insegnamenti – e spesso successi – tanto più sono restie ad accettare che quel che a loro appartiene come bagaglio faticosamente assimilato sia posto in discussione.

Nella formazione degli adulti questo è un elemento che è quantomeno temerario non mettere in conto.

Ma non basta. Ha ragione Feyerabend quando fa osservare che le persone debbono essere “protette” da ciò che viene loro proposto.

 

L’atteggiamento di un buon formatore, soprattutto, ripeto, in ambito comportamentale, dovrebbe infatti essere quello di colui che dice: «Questo modo di procedere si è rivelato spesso efficace. Ciò non significa che sia l’unico possibile e che non esistano alternative. È “una” possibilità, la migliore che io conosca, ma probabilmente non la migliore in assoluto. Provatela, se volete e, se vedete che comincia a funzionare, riprovateci fino a perfezionarla secondo il vostro stile.»

Questo approccio non solo mette le persone in condizione di scegliere, ma le protegge anche dal peso di convinzioni e dogmatismi che restringono la visuale e limitano la libertà. Oltre a ciò, le mette al riparo dal rischio di insuccesso e conseguentemente dalla frustrazione che deriverebbe dal praticare metodi di cui di cui non sono convinte.

 

Se oggi quei formatori che si fanno predicatori di certezze, profeti del successo mai scalfiti da un dubbio, guru che pretendono che la gente si innamori delle loro idee hanno tanto successo, ciò è dovuto soltanto alla debolezza e alla pigrizia che intorpidisce le molte menti disponibili a lasciarsi sopraffare e pronte ad accettare ricette rapide per cambiamenti che non possono essere rapidi.

Orgogliosamente privi di senso dell’umorismo (qualità che un formatore dovrebbe possedere perché gli consente di riconoscere il limite dei propri assunti e di relativizzarli), stolidamente inconsapevoli che la potenza intellettuale di un uomo si misura anche dall’autoironia che è capace di esprimere, approfittano di una sete che andrebbe placata con più rispetto.

 

 

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