Di libro in libro – Indulgenza

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 4

Indulgenza

 

 

Frettolosi nell’analisi e duri nel giudizio.

Così, troppo spesso, ci fa essere uno stile di vita che non ci lascia il tempo di ponderare, di osservare e di capire.

I prudenti, quelli che invece chiedono tempo e vorrebbero vederci più chiaro prima di farsi un’opinione e formulare un giudizio passano per indecisi.

 

Frettolosi nell’analisi e duri nel giudizio. Così, troppo spesso, ci fa essere uno stile di vita che non ci lascia il tempo di ponderare, di osservare e di capire. I prudenti, quelli che invece chiedono tempo e vorrebbero vederci più chiaro prima di farsi un’opinione e formulare un giudizio passano per indecisi.

 

Quelli, poi, che anziché giudicare cercano di comprendere e di giustificare, oggi si chiamano “buonisti”, ossia buoni degenerati. Eppure non è sull’inflessibilità del giudizio che si costruisce un mondo migliore. Nel suo libro Del giusto nel falso, edito da Apogeo, Gerd B. Aschenbach scrive:

«Forse non basta avere un buon paio d’occhi che hanno visto più di quanto agli altri risulta evidente, e forse non basta nemmeno avere l’occhio della civetta. Forse chi è già capace di vedere nell’oscurità deve imparare a diventare più indulgente?

L’indulgenza, è lei il paradiso terrestre. Nel buio non vede nero e nell’oscurità coglie anche la luce più debole e inappariscente: vede ciò che c’è di giusto nel falso. Il suo sguardo si volge a ciò che ha visto. Per colui che riflette, l’indulgenza diviene inclinazione. E la parola austera che la designa è amore.» 

 

Il punto non è dunque soltanto guardare meglio, ma guardare con occhio diverso, disponibile a cogliere ciò che è buono, e spesso nascosto, in mezzo alla negatività, alla problematicità, alla debolezza, all’inadempienza.

 

La diversità dello sguardo consiste nella benevolenza che sa comprendere la penuria, che è infondo la dimensione che caratterizza la condizione umana: penuria non solo di beni, ma anche di volontà, di valori e di coerenza, di perseveranza, di orientamento, di responsabilità.

Non solo la coglie e la comprende, ma la accoglie, ossia la include e la assume non come male inevitabile, ma come dimensione costitutiva dell’esistenza.

Questa accettazione, questo “sì” fondamentale alla realtà – che non è rassegnazione, poiché non esclude affatto la lotta e che Karl Rahner indicava come una delle caratteristiche del cristiano – passa ogni giorno attraverso la dura fatica del conciliare le pretese circa i propri e gli altri traguardi con gli esiti, il più delle volte condizionati da limiti e possibilità che si collocano ben al di sotto delle intenzioni. Se non vi fossero pretese e non si incontrasse il fallimento, l’indulgenza non sarebbe necessaria.

Ma proprio perché così non è, l’indulgenza concorre a mitigare, verso sé stessi e verso gli altri, la pretesa di perfezione.

Non l’attesa – parola che, si badi bene, non abbiamo usato di proposito – ma la pretesa.

Se infatti l’attesa è legittimamente correlata all’esercizio della responsabilità di esprimere in ogni occasione il meglio, la pretesa che questa tensione non subisca mai flessioni è irrealizzabile e irragionevole.

Attesa e pretesa si collocano su due piani diversi: da una parte non viene mai meno la lucida percezione del “dover essere” e del “dover fare”, resta indiscusso l’imperativo a tendere alla miglior prestazione possibile, rimane ferma la vigilanza su tutto ciò che concorre all’esito desiderato; dall’altra occorre accettare, anche se non a priori, che questo possa non verificarsi. Non “a priori”, poiché significherebbe porre anticipatamente un limite, ma quando il limite si manifesta l’indulgenza lo accoglie.

 

Infine, indulgenza è guardare con occhi benevoli la diversità. Se la nostra idea circa l’adeguatezza di un comportamento si forma a partire da come noi abitualmente agiamo o saremmo portati ad agire, indulgenza è accettare che tale modalità non sia necessariamente la migliore o l’unica possibile, e consiste nel prendere seriamente in esame la possibilità che esistano alternative altrettanto valide.

Per questo, prima ancora che una capacità in azione, l’indulgenza è un approccio mentale, un modo di pensare le relazioni, una visione creativa dell’esistenza.

 

 

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