Di libro in libro – Futuro

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 11

Futuro

 

Il tema del futuro affascina e angoscia l’uomo da sempre.

Fluttuiamo tra il desiderio e il timore di sapere che cosa (ci) accadrà e cerchiamo, non sempre con successo, di determinarlo.

È il futuro, che ancora non esiste, a dominare i nostri pensieri assai più del presente, che esiste.

 

Nel suo libro “Le lettere di Berlicche”, edito da Mondadori,  Clive Staples Lewis immagina che un funzionario di Satana, Berlicche, istruisca un giovane diavolo apprendista, Malacoda, suo nipote, spiegandogli i mezzi e gli espedienti più idonei per conquistare e per dannare gli uomini.

L’impresa non si rivela così semplice, perché “il Nemico”, che è Dio, è anch’Egli all’opera per salvare le sue creature.

 

Nel suo libro “Le lettere di Berlicche”, edito da Mondadori, Clive Staples Lewis immagina che un funzionario di Satana, Berlicche, istruisca un giovane diavolo apprendista, Malacoda, suo nipote, spiegandogli i mezzi e gli espedienti più idonei per conquistare e per dannare gli uomini. L’impresa non si rivela così semplice, perché “il Nemico”, che è Dio, è anch’Egli all’opera per salvare le sue creature.

 

Le considerazioni di Berlicche spaziano intorno ai più disparati argomenti: la vita sociale, il divertimento, il lavoro, la preghiera, l’amicizia, l’amore e tanti altri aspetti dell’esistenza.

A proposito della tentazione di impadronirsi del futuro, Berlicche scrive al nipote Malacoda:

 «Si sa, anche il Nemico vuole che gli uomini pensino al futuro – solo quel tanto che basta per stabilire ora i piani per gli atti di giustizia e di carità che forse saranno il loro dovere di domani. Il dovere di stabilire i piani del lavoro di domani è un lavoro di oggi; benché il suo materiale sia preso a prestito da futuro, il dovere, come ogni dovere, è nel presente. Questo non è spaccare un capello in quattro. Egli non vuole che gli uomini diano il loro cuore al futuro, che ripongano in esso il loro tesoro. Noi si. Il suo ideale è un uomo che, avendo lavorato tutto il giorno per il bene della posterità (se tale è la sua vocazione) si libera la mente di ogni pensiero di quel lavoro, lascia le conseguenza al Cielo, e ritorna senza indugio alla pazienza e alla gratitudine che il momento che passa su di lui gli richiede. [] Noi vogliamo una razza che persegua perpetuamente la fine dell’arcobaleno, non mai onesta, non mai gentile, né felice ora, ma che usi continuamente come pura esca da collocare sull’altare del futuro ogni vero dono che le viene offerto nel presente.»

 

Perché non può essere gentile chi non sa staccare lo sguardo dal futuro?

Perché è preoccupato, ossia anticipatamente oppresso dai pensieri circa le occupazioni alle quali, anche volendo, non può sovrintendere.

È evidente che questo generi inquietudine, talvolta angoscia, e si comprende bene come la gentilezza, che è innanzitutto pacatezza e serenità dell’animo, raramente possa trovare dimora accanto a così diversi sentimenti.

 

E perché anche l’onestà è compromessa quando ci si separa dal presente e si vive proiettati nel futuro?

Perché con il futuro è facile barare molto più che con il presente.

Quante illusioni, vagheggiamenti e inganni è possibile costruire su ciò che ancora deve accadere! Tutto può essere pensato e detto. Certo, anche il presente può essere distorto – in fondo a ciascuno di noi è riservata la possibilità di vedere ciò che ha deciso di vedere – ma è più difficile.

Per chi è disposto guardarlo in faccia, il presente è la patria dei fatti, mentre il futuro è soltanto quella delle possibilità e delle congetture che le riguardano.

 

 

L’altra ragione  per cui Berlicche chiede a Malacoda di impedire che l’anima che gli è stata affidata si concentri sul presente consiste nel far sì che essa non provi piacere e gratitudine.

«Il piacere è un’invenzione del Nemico, non nostra», osserverà Berlicche in una delle sue lettere, ed è quindi importante evitare che l’uomo ne provi, oppure fare in modo che  ne sperimenti una variante corrotta. E quando nella mente non c’è spazio che per il futuro, il piacere è inquinato, perché accanto all’auspicio che le previsioni si realizzino, resta il timore che ciò non accada, con l’inquietudine che ne consegue.

 

Anche la gratitudine è un sentimento di cui occorre impedire il manifestarsi. Tenere la mente dell’uomo concentrata sul futuro è un modo eccellente di conseguire lo scopo. Non è infatti possibile essere grati per ciò che forse accadrà, mentre lo si può essere per quanto sta accadendo o è accaduto. Ma per accorgersi di quel che accade, bisogna vivere nel presente.

A ben vedere, Berlicche, condannato al nulla eterno, vuole che l’uomo viva costantemente proiettato nel futuro perché questo lo mette come in una condizione di non-esistenza.

 

Apprezzare ciò che esiste ed è dato qui ed ora, dire un grato sì al presente, significa invece esistere e amare la vita.

 

 

 

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