Di libro in libro – Dove ci si trova

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 22

Dove ci si trova

 

 

Dopo aver letto Il cammino dell’uomo”, edito da Edizioni Qiqajon, Hermann Hesse scriveva all’autore Martin Buber:

“Il cammino dell’uomo è indubbiamente quanto di più bello io abbia letto. La ringrazio di cuore per questo dono così prezioso e inesauribile. Lascerò che mi parli ancora molto spesso.”

 

Il libro, nell’edizione citata, non ha che sessantaquattro pagine e si legge rapidamente. Troppo rapidamente, direi, perché è talmente denso da meritare un ritmo più lento e più favorevole alla meditazione.

Riflettendo sul compito che ad ognuno è dato, Martin Buber scrive:

   “Ai giovani che venivano da lui per la prima volta, Rabbi Bunam era solito raccontare la storia di Rabbi Eisik, figlio di Rabbi Jekel di Cracovia.
Dopo anni e anni di dura miseria, che però non avevano scosso la sua fiducia in Dio, questi ricevette in sogno l’ordine di andare a Praga per cercare un tesoro sotto il ponte che conduce al palazzo reale.
Quando il sogno si ripetè per la terza volta, Eisik si mise in cammino e raggiunse a piedi Praga.
Ma il ponte era sorvegliato giorno e notte dalle sentinelle ed egli non ebbe il coraggio di scavare nel luogo indicato.
Tuttavia tornava al ponte tutte le mattine, girandovi attorno fino a sera. Alla fine il capitano delle guardie, che aveva notato il suo andirivieni, gli si avvicinò e gli chiese amichevolmente se avesse perso qualcosa o se aspettasse qualcuno.
Eisik gli raccontò il sogno che lo aveva spinto fin lì dal suo lontano paese. Il capitano scoppiò a ridere: “ E tu, poveraccio, per dar retta a un sogno sei venuto fin qui a piedi? Ah, Ah, Ah! Stai fresco a fidarti dei sogni! Allora anch’io avrei dovuto mettermi in cammino per obbedire a un sogno e andare fino a Cracovia, in casa di un ebreo, un certo Eisik, figlio di Jekel, per cercare un tesoro sotto la stufa? Eisik, figlio di Jekel, ma scherzi? Mi vedo proprio a entrare e mettere a soqquadro tutte le case in una città in cui metà degli ebrei si chiamano Eisik e l’altra Jekel.”
E rise nuovamente.
Eisik lo salutò, tornò a casa sua e dissotterrò il tesoro con il quale costruì una sinagoga intitolata “Scuola di Reb Eisik, figlio di Reb Jekel”.

   “Ricordati bene di questa storia – aggiungeva allora Rabbi Bunam – e cogli il messaggio che ti rivolge: c’è qualcosa che tu non puoi trovare in alcuna parte del mondo, eppure esiste un luogo in cui la puoi trovare”.

 

 

 

Fra le tante descrizioni dell’inquietudine  che travaglia l’uomo contemporaneo, quella che si esprime in “voglia di altrove” appare particolarmente calzante.

Non il tempo presente e neppure gli spazi normalmente vissuti bastano.

Occorre proiettarsi verso un altrove spazio-temporale che prometta ciò che il qui ed ora negano.

 

Non è un caso che sempre più spesso le persone avvertano il bisogno di altri luoghi e di altri ritmi.

E’ comprensibile: la routine soffoca, soprattutto quando si fatica a darle un significato, e “andare via”, almeno per un po’, appare come una buona soluzione per non soccombere allo stress.

 

La questione diventa seria quando l’insoddisfazione e il desiderio di migrare verso un “altrove” riguardano il compito da svolgere là dove ci si trova.

La nostalgia di altro non è più allora innocentemente espressa dal desiderio di spostarsi per un po’ di tempo da un posto all’altro, ma diventa fuga dal momento e dal luogo presenti e incapacità di riconoscere un ruolo o un dovere.

E quando per troppo tempo non si trova la risposta di senso a quel che si fa, solo perché la si cerca dove essa non è, subentra la noia e l’esistenza diventa insopportabile.

 

A ciascuno è affidato un compito in un certo luogo e in un certo tempo e, insieme a questo, la possibilità di scoprirne il valore.

Alcuni non riescono a percepirlo, ma ciò non significa che non esista, perché ciascuno è chiamato, in vita, ad adoperarsi per lasciare un mondo migliore di come lo ha trovato.

Proprio perché non sempre questo compito si presenta con immediata evidenza e non così facilmente è dato comprendere come esercitarlo, esso va poco per volta scoperto.

Ciò richiede un paziente lavoro su se stessi. Si tratta di domandarsi quali capacità e attitudini, ci sono date e che cosa, in forza di ciò, gli altri si attendono da noi.

 

Alle radici dell’insoddisfazione e di tante alienazioni sta l’incapacità di scoprire il valore del proprio ruolo; sta il voler essere e fare “altro”, anche se i connotati di questo orizzonte rimangono confusi.

Molti vivono nella speranza di poter ricoprire un giorno un ruolo diverso, operare in una situazione diversa, vivere in un contesto diverso, cullandosi nell’illusione che, se ciò avvenisse, le potenzialità personali sarebbero immediatamente valorizzate, le angustie risolte, e gli obiettivi apparirebbero immediatamente luminosi. Ma così si alimenta la crisi della responsabilità,  il cui fondamento sta invece nel riconoscere il tempo e il luogo presenti come gli ambiti effettivamente possibili del suo dispiegamento. Quando questo fondamento viene percepito, la responsabilità diventa fortezza, capacità di resistere alle forze contrarie e alle pulsioni, resistente perseveranza e possibilità di successo personale.

 

Non è infatti continuando a fuggire da dove ci si trova che si costruisce una vita migliore.

Lo sa bene chi, rimanendo al suo posto anche nei momenti di difficoltà, ha trovato il modo di governare situazioni difficili e volgerle in positivo.

 

Dare il meglio di sé là dove ci si trova non significa dunque passiva rassegnazione al proprio destino, immobilità o rinuncia, ma capacità di costruirne uno migliore partendo dalla situazione che si presenta e valorizzando ciò di cui si dispone.

 

 

–> IL CAPITOLO 23 SARA’ PUBBLICATO A SETTEMBRE

 

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