Di libro in libro – La domanda

di Bruno Bettenzani

 

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La domanda

 

Haim Baharier, considerato uno dei massimi studiosi di ermeneutica biblica, nonché matematico e consulente aziendale di management, è autore del libro “Il tacchino pensante”, edito da Garzanti.

Sottile interprete della Torà e studioso del Talmud, coglie, con una raffinata ermeneutica, assonanze e significati che trasforma in intriganti provocazioni.

Scrive a proposito dell’intelligenza: 

«Hokmà, la saggezza, l’intelligenza. Le lettere hokmà, sono quelle dell’espressione koah mà “la potenza delle domanda”. Assonanza avvincente.»

 

Libro sul management

 

Entrano in scena tre elementi: l’intelligenza, la saggezza e la domanda potente. Ma saggezza e intelligenza non sono la stessa cosa e, in relazione alla domanda, non giocano lo stesso ruolo. L’intelligente intuisce, ma il saggio penetra e comprende.

Ha bisogno di più tempo, perché non si impone la velocità ed è più cauto, ma è più profondo e più attento nel cogliere aspetti che alla pronta intuizione talvolta sfuggono. Per questo la saggezza, più che l’intelligenza, ha che fare con la potenza della domanda.

Romano Guardini, nella sua “Etica”, associa alla  saggezza

«… la distinzione fra ciò che è importante e ciò che non è… vero e falso… autentico e in autentico… essenziale e inessenziale». E aggiunge: «Saggezza è altro rispetto all’intelletto acuto, o all’agire mirato a un fine. o alla prudenza pratica di vita. È ciò che scaturisce quando si fa strada nella coscienza finita – transeunte – l’Eterno e l’Assoluto, e da lì piove luce sulla vita».

   

Non è, dunque, una domanda qualsiasi quella di cui ci occupiamo, ma una domanda “potente”, capace di inquietare e di scuotere.

Una simile domanda non si improvvisa: in genere scaturisce dall’ascolto e dalla meditazione. Ma ascolto e meditazione trovano dimora solo nel silenzio e se è necessario essere intelligenti per capire, occorre essere saggi per tacere.

 

La domanda potente è oggi merce rara; non sono molti quelli capaci di porre e porsi domande profonde. Forse perché queste comportano la fatica – e a volte anche la sofferenza – della ricerca di una risposta adeguata. E se la risposta non genera a sua volta dubbi, è facile che la domanda sia, se non banale, quantomeno di basso profilo.

La domanda potente non produce risposte folgoranti e può essere causa di tormento. Ma questo tipo di domanda sempre meno occupa i pensieri degli uomini, dicevamo, forse perché, come osservava Peter Ustinov, attore inglese di humour sottile:

«Un tempo esistevano domande per le quali non c’erano risposte. Oggi, all’epoca dei computer, ci sono risposte per le quali non abbiamo ancora pensato alle domande.»

 

Siamo dunque poveri di domande perché le risposte precedono la loro formulazione e ne siamo sazi?

Può darsi, ma è fin troppo evidente che si tratta di risposte che non ci appagano.

Se lo facessero, consumeremmo meno Prozac e spenderemmo meno denaro per farci ascoltare da psicanalisti non sempre più sereni e più appagati di noi. Il serpente si morde dunque la coda: non abbiamo il coraggio o il desiderio di porci “domande forti” e ci accontentiamo delle risposte di ordinaria mediocrità largamente disponibili.

Ma a causa di ciò rimaniamo insoddisfatti e attendiamo che qualcosa o qualcuno irrompa in questo recinto di inquietudine e ce ne tiri fuori. Nessuno, però, può farlo al nostro posto: a ciascuno di noi spetta essere più saggio. Forse un po’ meno occupato, meno veloce ed efficiente, ma più sapiente.

 

 

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