Di libro in libro – Creatività

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 13

Creatività

 

Scrive Umberto Galimberti in “Parole nomadi” edito da Feltrinelli:

 «Il carattere creativo è contrassegnato da una forma di pensiero detta “divergente” che, a differenza di quella “convergente” che tende all’unicità della risposta a cui tutte le problematiche vengono ricondotte, presenta originalità di idee, fluidità concettuale, sensibilità per i problemi, capacità di riorganizzazione degli elementi, produzione di molte risposte diverse fra loro.

Il pensiero divergente, in cui si esprime la creatività, entra in gioco quando i processi convergenti si sono sviluppati al punto da permettere un’adeguata padronanza del settore di applicazione, per cui, fino a una determinata soglia intellettiva, tra i due tipi di pensiero esiste una stretta indipendenza che tende a diminuire a livelli molto alti di intelligenza.

Per essere creativi dunque bisogna avere organizzato bene le basi dalle quali spiccare il volo, altrimenti il destino è quello di Icaro.»

 

Creatività

 

Capita spesso di veder associate, nell’immaginario comune, creatività e improvvisazione. Se poi ci si aggiunge un pizzico di sregolatezza, si è portati a pensare che la miscela sia perfetta e si abbia in tal modo la genialità.

Le cose, in realtà, stanno diversamente.

 

Forse alla gente piace pensare che per essere creativi si debba essere un po’ disordinati o un poco pazzi, e può darsi che ciò sia dovuto all’illusione che la creatività sia alla portata di tutti, o quasi, e non costi altra fatica se non quella di un poco di eccentricità.

La competenza non è in genere annoverata fra i requisiti richiesti.

 

Eppure, salvo rarissime eccezioni frutto di fortunate e irripetibili combinazioni, è semplicemente indispensabile, così come lo è la preparazione.

Se è vero che la creatività è la capacità di contrastare tre leggi nefaste di cui è vittima la maggior parte degli esseri umani, non può prescindere da uno sforzo intellettivo organizzato.

 

Innanzitutto gli esseri umani tendono a vedere ciò che sono abituati a vedere.

In secondo luogo, si concentrano preferibilmente su ciò che hanno deciso di vedere.

Infine, amano agire secondo schemi noti e collaudati.

 

Per poter essere realmente creativi, non solo è necessario essere consapevoli di questo stato di cose, ma occorre porsi domande in grado di mettere razionalmente in discussione le abitudini, le decisioni, i paradigmi mentali. Chi non è capace di ragionare non può farlo e l’improvvisazione c’entra poco.

L’idea creativa è spesso il risultato di un divergere, di un allontanarsi da strade note; spesso è il frutto di tentativi.

Sebbene si sia portati a pensare che l’atto creativo sia quello finale, quello che finalmente produce il risultato atteso, sono invece proprio quei tentativi – talvolta falliti – quelle tappe di avvicinamento che meglio lo rappresentano.

Si comprende allora come la creatività non sia un evento, uno di quegli eventi che accadono non si sa bene come e perché, ma un processo, i cui elementi possono essere appresi e riprodotti.

 

Ci si potrebbe domandare per quale ragione rimangono nella mediocrità persone cui vengono riconosciute originalità e passione. Si potrebbe rispondere che laddove manca l’attitudine al ragionamento e al rigore logico la creatività stessa rimanga muta e non possa esprimersi, oppure lo faccia in modo talmente disordinato da risultare inefficace.

 

Non a caso Keith Haring, artista newyorkese scomparso nel 1990, ha affermato che “L’atto della creazione è una sorta di rituale.”

Ma il rito richiama la ripetizione e la ripetizione la disciplina.

La creatività non è dunque innanzitutto irrazionalità, ma esercizio ordinato della mente.

 

 

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