Di libro in libro – Consultare

di Bruno Bettenzani

 

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CAPITOLO 12

Consultare

 

San Benedetto da Norcia detta la sua Regola (reperibile presso l’editrice Piemme), che consta di un prologo e settantatre capitoli, nel 534. Essa ci informa con straordinaria efficacia su tutto quanto disciplina la vita dei monaci, nei più piccoli particolari.

Nel terzo capitolo, dedicato alla consultazione della comunità, la Regola così recita:

«Ogni volta che in monastero bisogna trattare qualche questione importante, l’abate convochi tutta la comunità ed esponga personalmente l’affare in oggetto.

Poi, dopo aver ascoltato il parere dei monaci, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno.

Ma abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore. I monaci esprimano il loro parere con tutta umiltà e sottomissione, senza pretendere di imporre ad ogni costo le loro vedute; comunque la decisione spetta all’abate e, una volta che questi avrà stabilito ciò che è più conveniente, tutti dovranno ubbidirgli.

D’altra parte, come è doveroso che i discepoli obbediscano al maestro, così è bene che lui predisponga tutto con prudenza ed equità.»

 

San Benedetto da Norcia

 

 

Il testo è quanto mai attuale ed emergono quattro importanti aspetti: l’ascolto dei collaboratori, l’onere della decisione, la valorizzazione delle idee, comprese quelle che nascono dalle menti più giovani, l’agire con prudenza ed equità.

 

Oggi più di ieri chi lavora a stretto contatto con il suo capo si attende che questi, di fronte a un problema, sappia fare tre cose:

  • consultare,
  • ascoltare,
  • decidere.

 

Un collaboratore maturo e consapevole non pretende di condizionare le decisioni del leader e si aspetta da lui guida, coraggio nel prendere le decisioni e assunzione di responsabilità. Tuttavia, in alcune circostanze, amerebbe poter esprimere un suggerimento.

Chi infatti non ha mai pensato, anche solo per una volta, di avere un’idea migliore di quella del proprio capo? E chi non ha sperato che gli fosse data la possibilità, se non di metterla in atto, quantomeno di proporla?

 

Interpellare e ascoltare prima di decidere implica una certa dose di libertà e di fiducia in se stessi.

Molti capi non coinvolgono i loro collaboratori nella ricerca delle soluzioni perché credono di doversi poi sentire in qualche modo obbligati a prendere decisioni che non vorrebbero.

Occorre invece essere capaci di distinguere il momento partecipativo, quello in cui chi è interessato alla questione può esprimere il suo parere, da quello della decisione, di cui il capo assume su di sé, e su di sé soltanto, la responsabilità.

 

È anche necessario “educare” i propri collaboratori a non confondere i due momenti, affinché non si attendano che accada ciò che non può e non deve verificarsi. L’ascolto è dunque opportuno, spesso necessario, ma non vincolante.

 

San Benedetto fa anche osservare come spesso la soluzione migliore possa venire dal più giovane.

Può accadere anche in un’azienda che chi arriva da fuori, ed è dotato di buone capacità di osservazione, si accorga di cose che sfuggono a chi le ha sotto gli occhi da anni e, proprio a causa di ciò, vi si è abituato e le considera normali.

Il punto è che, a volte, gli “anziani” non sono troppo disponibili a raccogliere le osservazioni dell’ultimo arrivato.

Del resto, dicono, che cosa può dire uno che è qui da poche settimane? Che esperienza può mai vantare? Che cosa conosce della nostra realtà? Conosce poco, è vero, ma ciò, in alcune occasioni non costituisce affatto un limite, bensì un vantaggio.

Libero dai condizionamenti originati dalla routine, la sua visione può essere più libera e lucida e le sue idee più fresche e innovative.

 

Un ultimo punto: è bene, dice San Benedetto, che l’abate “predisponga tutto con prudenza ed equità”.

Equità è un termine dalle molte sfaccettature e merita di essere approfondito, perché rappresenta un elemento costitutivo dell’autorevolezza di un leader.

In primo luogo equità non significa comportarsi con tutti allo stesso modo. Anzi, questa interpretazione potrebbe risultare dannosa per l’esercizio di una leadership equa, giacché i collaboratori non sono tutti uguali, diverse sono le loro sensibilità e disparate le loro attese.

Si comporta con equità il capo che, consapevolmente, adatta il suo comportamento ad ogni collaboratore in modo tale che questi riceva da lui ciò che gli spetta, non solo in termini retributivi, ma di intensità della relazione.

Tuttavia San Benedetto sembra qui voler intendere, introducendo il concetto di equità e di prudenza, qualcosa di diverso. La Regola e la vita monastica sono assai esigenti, e così è giusto che sia, ma nel richiamo rivolto all’abate si intuisce la consapevolezza di quanto le sue disposizioni debbano essere tali da poter essere ottemperate. In una parola: dare ordini funziona se esiste la possibilità di eseguirli.

Il capo che ne emana di non attuabili si pone nella situazione, molto difficile poi da gestire, di non essere ubbidito e di dover, conseguentemente, prendere provvedimenti che, però, a questo punto, sono iniqui. In genere le persone sanno riconoscere il diritto di un capo ad esigere tutto ciò che è esigibile, e ad assumere contromisure quando ciò non accade, ma difficilmente accettano che il capo non sappia vedere il limite oltre il quale non si può spingere.

 

È emblematico, a questo proposito il dialogo del piccolo principe, dell’omonimo e celeberrimo racconto di Antoine de Saint-Exupéry, con il re di un minuscolo pianeta:

«Vorrei tanto vedere un tramonto… Fatemi questo piacere… Ordinate al sole di tramontare…»

«Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all’altro come una farfalla, o di scrivere una tragedia, o di trasformarsi in un uccello marino e se il generale non eseguisse l’ordine ricevuto, chi avrebbe torto, lui o io?»

«L’avreste voi», disse con fermezza il piccolo principe.

«Esatto. Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare», continuò il re. «L’autorità riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, farà la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l’ubbidienza perché i miei ordini sono ragionevoli».

«E allora il mio tramonto?» ricordò il piccolo principe che non si dimenticava mai una domanda una volta che l’aveva fatta.

«L’avrai il tuo tramonto, lo esigerò, ma, nella mia sapienza di governo, aspetterò che le condizioni siano favorevoli».

 

 

–> CAPITOLO 13

 

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