Di libro in libro – Addomesticare

di Bruno Bettenzani

 

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Addomesticare

 

 

Antoine de Saint-Exupéry, nel suo celeberrimo “Il Piccolo Principe”, edito da Bompiani, scrive:

« Addio » disse volpe. « Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi ».
« L’essenziale è invisibile agli occhi » ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
« È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante ».
« È il tempo che ho perduto per la mia rosa… » sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
« Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa ».
« Io sono responsabile della mia rosa… » ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

 

 

Il verbo addomesticare non si adatta bene alle relazioni fra esseri umani, ma è carica di suggestioni e di spunti.

Significa “rendere domestico” e la radice di questa parola è in “domus”, che in latino designa la casa.

Addomesticare significa rendere adatto alla casa, alla sua vita, alle sue abitudini. Vuol dire rendere idoneo ad un ambiente chi ancora non lo è, aiutarlo a capire dove si trova e quali sono le regole che governano il contesto.

È una grande responsabilità. Con questo non si può dire che un capo “addomestichi” i suoi collaboratori. Il termine risulterebbe inadeguato, persino offensivo, ma l’idea di fondo, l’intenzione, rimane valida. E a questo proposito è possibile mettere in evidenza tre dimensioni: il tempo, la responsabilità e la capacità di vedere con il cuore.

 

Addomesticare, introdurre alle regole della casa, implica dedicare tempo.

Chi si dedica alla formazione, è spesso portato ad occuparsi di come le persone vengono introdotte al lavoro nelle organizzazioni.

Alcune di esse dedicano a questa fase delicata molte attenzioni. L’introduzione è graduale e meticolosa. La persona che si affaccia ad un nuovo ambiente riceve tutte le indicazioni e la formazione di cui ha bisogno per avere successo nell’attività che sta per intraprendere.

Chi se ne occupa sa benissimo che la sensazione di essere lasciati a se stessi può risultare fatale e rendere vani tutti gli sforzi e i costi della selezione.

In altre organizzazioni, invece, ci comporta come se i nuovi arrivati sapessero già tutto o non avessero bisogno di impararlo. Inutile dire che il tasso di abbandono è elevatissimo, fin dai primi giorni. Le persone scoprono di essere capitate in un ambiente che non si occupa di loro, avvertono di esser abbandonate a se stesse, di trovarsi nel posto sbagliato, in un luogo in cui nessuno ha tempo per loro.

 

Questo mette in campo il tema della responsabilità: non si gioca con la vita, con le attese e con le speranze delle persone.

Chi si affaccia ad un nuovo ambiente di lavoro è in genere animato dalle migliori intenzioni e ripone fiducia in ciò che quell’ambiente può fare per lui.

Tradire questa fiducia, magari dopo aver promesso formazione e assistenza, è da irresponsabili.

Altrettanto irresponsabile, verso di sé e nei confronti del sistema per il quale si opera, è impegnare risorse – tempo, abilità e denaro – per incontrare persone che, non ci mettono molto a prendere le distanze da un ambiente che le ha prima illuse e poi tradite.

 

Infine, chi si affida a qualcuno per essere “addomesticato” ha bisogno di vedere che quel qualcuno ci mette il cuore.

La formazione è una questione di tecnica e di cuore, ma l’una non serve a niente senza l’altro.

Anzi, può fare qualche danno. Poiché ci sono cose alle quali le persone possono accedere solo attraverso le emozioni o, quantomeno, prima con il cuore e solo successivamente con il cervello, è con il cuore che spesso bisogna formare.

Il senso di appartenenza ad un’organizzazione di cui si può essere fieri, lo spirito di squadra, l’adesione ai valori di un gruppo, la visione di ciò che ognuno può ottenere se decide di dedicarsi con passione a imparare un mestiere non si insegnano.

Si apprendono, semplicemente.

Ma ciò accade nella misura in cui chi dovrebbe “addomesticare” le trasmette con il cuore e sa leggere nel cuore di chi le riceve.

 

 

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