Dal fare all’essere

di Mario Palermo

 

Fare o essere? Questo è il dilemma!

Se sia più giusto subire i dardi della noia e dell’insensatezza di un lavoro, o nobilmente abilitante riconoscerne l’anima e la profonda ragion d’essere.

Dalla Sicilia all’Alto Adige, la domenica pomeriggio ricorre nei lavoratori un ritornello tipico dei tempi: “uffa, domani si ritorna al lavoro!”

 

Dalla Sicilia all’Alto Adige, la domenica pomeriggio ricorre nei lavoratori un ritornello tipico dei tempi: “uffa, domani si ritorna al lavoro!”    Tale frase non è soltanto un modo di dire, perché è sempre più evidente che chi lavora, spesso si ritrova a subire e dunque soffrire le otto ore in azienda.

 

Tale frase non è soltanto un modo di dire, perché è sempre più evidente che chi lavora, spesso si ritrova a subire e dunque soffrire le otto ore in azienda.

Le cause di questa sofferenza sono varie:

  • vivere noiosamente la ripetitività di una mansione;
  • la perdita di stimoli;
  • la demotivazione per un mancato riconoscimento;
  • la frustrazione per mancanza di risultati;
  • l’insofferenza nei riguardi del capo;
  • il disagio del lavorare con un team di antipatici;
  • l’angoscia per situazioni aziendali difficili;
  • l’ansia da risultato;
  • la dura competizione;
  • un lavoro non amato;
  • il timore e la sofferenza dei cambiamenti;
  • la delusione per un agognato e mancato cambiamento.

 

Tuttavia esiste un comune denominatore che sta a monte di tante cause di insofferenza, ed è l’idea che molti lavoratori hanno del lavoro: strumentale ed efficentista. Molte persone, appartenenti a livelli gerarchici diversi, vedono nel lavoro uno strumento per guadagnare.

Procurarsi denaro per pagare il mutuo, le bollette, la rata della macchina, le slotspie ferie o piccoli piaceri. Dunque l’occupazione è unicamente percepita come mezzo necessario, purtroppo, per fini pratici.

La conseguenza è che il lavoro diventa un impegno faticoso, pesante e preoccupante.

 

Se aggiungiamo poi i grandi cambiamenti degli ultimi tempi, allora la questione si fa ancora più critica. Il mondo di ieri racconta della stabilità come regola e del cambiamento come eccezione.

Con la globalizzazione e le grandi crisi finanziarie ed economiche, stiamo assistendo ormai da tempo ad una imponente inversione: il cambiamento oggi è la regola e la stabilità (cos’è?) un’eccezione.

Questi e altri grandi mutamenti hanno innovato il modo di vivere e lavorare dell’essere umano evoluto.

Non più lavori stabili ma occupazioni precarie.

Non più carriere stabili nella stessa azienda, ma strappi significativi qua e là.

 

Basta pensare alle contenutistiche dei curricula che si possono leggere su qualche raccolta: quello più attraente parla di pluriesperienze vissute in svariati contesti e aziende.

A chi cambia lavoro così spesso verrebbe da invidiare la capacità di adattamento al cambiamento e addirittura la voglia di provocarlo.

Purtroppo anche chi cambia spesso vive di problemi simili rispetto al professionista fedele.

La ragione può essere proprio la stessa: il lavoro come strumento.

 

Conseguentemente a questo si arriva a considerare la professione come qualcosa di separato dalla vita privata e inconciliabile con il proprio vero “io”. Si attende il fine settimana per riappropriarsi del “sé”.

Ma è troppo poco qualche giro d’orologio per poter appagare la propria sete di identità e il lunedì arriva in fretta… e in fretta riprendiamo a sognare il successivo fine settimana.

Così non funziona e ce ne stiamo ormai accorgendo; conviene dunque porsi l’amletico quesito: “vivere il lavoro come dovere ineluttabile o come armonica o anche sofferta realizzazione di sé?”

 

Martin Heidegger scrive: “Noi non pensiamo ancora in modo abbastanza decisivo l’essenza dell’agire. Non si conosce l’agire se non come il produrre un effetto la cui realtà è valutata in base alla sua utilità. Se l’essenza dell’agire non è in questa o in quella utilità particolare ma nel suo tendere a portare a compimento, questa essenza dell’agire va ricercata nel servizio per la manifestazione della pienezza dell’essere.”

 

E allora cosa Ritrovare?

  • Il senso del fare non disgiunto dall’essere.
  • Il lavoro come fonte di realizzazione e non come strumento per vivere.
  • Il piacere della realizzazione, il senso, l’anima del fare

 

Come dice James Hilmann nel suo “Il linguaggio della vita”, “il lavoro in quanto piacere, in quanto soddisfacimento istintivo…”

E ancora: “le nostre mani desiderano fare, così come la nostra intelligenza ama applicarsi”.

Allora non più solo il cosa, il come e l’entro quando, ma soprattutto “il perché”.

 

Ritrovare il tempo per prendersi cura dei perché, per ritrovare dentro di noi la voglia di costruire vita anche attraverso il lavoro e dentro il lavoro.

Appassionarsi ai perché realizzando il cosa e viceversa.

Lavorare dunque per realizzare qualcosa che resti, valore aggiunto per noi e per gli altri, nobile rinnovarsi di ambizioni, desideri e realizzazioni.

 

E allora: “buon lavoro”.

 

 

Mario Palermo

 

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