Ascoltare: un’arte rara e difficile – 2^ parte

di Bruno Bettenzani

 

(leggi la prima parte)

La forma migliore di ascolto nella quale, se vogliamo, possiamo fin da subito cominciare ad allenarci è l’ascolto EMPATICO.

Nulla a che vedere con “simpatico” o “antipatico”. Empatia significa: DESIDERIO E CAPACITA’ DI ENTRARE NELLA PROSPETTIVA DELL’ALTRO. Capacità di sentire come l’altro e dunque capacità di comprendere al più elevato livello possibile ciò che ci sta dicendo . Il che non significa dargli ragione. Significa semplicemente essere disponibili a vedere le cose dal suo punto di vista: ascoltare e prendere sul serio le sue osservazioni e le sue motivazioni.

La forma migliore di ascolto nella quale, se vogliamo, possiamo fin da subito cominciare ad allenarci è l’ASCOLTO EMPATICO. Nulla a che vedere con “simpatico” o “antipatico”. Empatia significa: DESIDERIO E CAPACITA’ DI ENTRARE NELLA PROSPETTIVA DELL’ALTRO.

 

Quali sono le condizioni necessarie per praticare l’ascolto empatico? Che cosa fa un allenato ascoltatore empatico?:

Innanzitutto produce la massima concentrazione.

Questa è la condizione necessaria (anche se non sufficiente) per ascoltare empaticamente. Produrre la massima concentrazione significa convogliare tutta la propria energia e le proprie risorse nell’esprimere attenzione e accoglienza verso chi ci parla. Nulla ci distrae e nulla ci distoglie. In quel momento siamo totalmente aperti a ricevere e totalmente impegnati a comprendere.

 

L’esercizio della massima concentrazione richiede un forte allenamento, ma il verificarsi di questa condizione è agevolato dalla consapevolezza che il nostro cervello può produrre un livello di concentrazione ben più elevato di quello al quale siamo abituati. Possiamo rimanere concentrati ben più a lungo e molto meglio di quanto noi stessi non crediamo: è solo una questione di allenamento.

Produrre la massima concentrazione esige che venga SPENTO IL DIALOGO INTERNO. Non può esistere concentrazione in presenza di rumore di fondo, tanto più che di rumore esterno ne subiamo già abbastanza! Nessun filtro, dunque, se si vuole realmente essere aperti alla piena e feconda ricezione del messaggio.

 

L’ascoltatore empatico esprime reale interesse e partecipazione. Abbiamo sentito dire, talvolta, che un buon ascoltatore dovrebbe mostrarsi interessato a ciò che dice il suo interlocutore. Non è questo l’ascolto empatico. L’ascoltatore empatico non “si mostra” interessato; egli “è” interessato. Si tratta di cose ben diverse. Mostrarsi interessati è una semplice tecnica che, in alcune circostanze, rischia di rivelare tutto il suo artificio. Essere interessati, invece, è un atteggiamento interiore, che viene dal cuore e implica uno sforzo di accettazione ben più significativo.

 

Potrebbe obiettare qualcuno: “E se io non sono interessato?”  La risposta, l’unica possibile risposta per chi desidera realmente apprendere l’arte di ascoltare è “Interessati!” Senza interesse, infatti, non può esserci empatia.

La stessa attenzione, del resto, non è sinonimo di empatia: si può essere attenti, ma non per questo empatici. Chi è veramente partecipe e interessato dà segnali di ascolto, dà feed back. Non solo ascolta con interesse, ma fa vedere che sta ascoltando. Incoraggia l’altro, soprattutto attraverso il linguaggio del corpo, ad andare oltre, a proseguire nella sua esposizione.

 

L’ascoltatore empatico ascolta non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi. Egli è infatti ben consapevole che è molto importante ciò che viene detto, ma egualmente importante, se non di più, il modo in cui viene detto. Il tono, l’espressione, i vari segnali del corpo possono confermare o smentire ciò che diciamo, talvolta in modo clamoroso e facile da riconoscere, altre volte in maniera più sottile. L’ascoltatore allenato riconosce le incongruenze piccole e grandi e non si lascia illudere, ingannare o semplicemente fuorviare dal solo messaggio verbale.

L’ascoltatore empatico, rispetta le pause. Non teme il silenzio e sa che la pausa può rappresentare un momento propizio alla riflessione. Se lasciamo riflettere il nostro interlocutore, se non occupiamo immediatamente con le nostre parole lo spazio lasciato libero dal suo silenzio, è probabile che egli stesso provveda a riempirlo, aggiungendo altre informazioni, altre preziose notizie che, altrimenti, non avrebbe mai avuto la possibilità di darci.

L’ascoltatore empatico FA DOMANDE. Senza interrompere, per meglio comprendere, prende la parola al momento opportuno. Preferisce fare una domanda in più che tuffarsi in un giudizio affrettato.

 

Quando sentiamo di non condividere un punto di vista ci sembra cortese non dire “E’ sbagliato!” e ci limitiamo a dire “Non sono d’accordo.” Purtroppo anche questa affermazione è posta talvolta con troppa fretta. In fondo, è sempre così urgente dichiarare il proprio disaccordo? Non converrebbe prima fare qualcosa d’ altro? L’ascoltatore empatico non ritiene affatto di doversi dichiarare d’accordo con tutti e ad ogni costo, ma prima di manifestare il suo disaccordo, preferisce saperne di più. “Non sono d’accordo” non è dunque la prima cosa che dice. In genere questa affermazione viene dopo una domanda del tipo “Perché dici questo? Che cosa ti porta a queste conclusioni? Quali elementi hai per porre questa affermazione?”

La domanda ha un obiettivo ben preciso: capire. L’ascoltatore empatico prende in considerazione l’ipotesi che l’altro abbia dei buoni motivi per dire ciò che sta dicendo. Prende in considerazione anche l’ipotesi che in quel determinato momento quei buoni motivi gli possano sfuggire ed è sinceramente interessato a scoprirli.

 

Infine, l’ascoltatore empatico, COGLIE LE PAROLE CHIAVE. Le parole chiave sono rappresentate da quei termini significativi che l’interlocutore usa in modo ridondante. Può trattarsi di verbi, di aggettivi, di sostantivi, di metafore che rivelano una certa strategia di pensiero e di approccio alla realtà.

 

Raramente il linguaggio è un atto premeditato. Sono poche, infatti, le circostanze in cui ci preoccupiamo di scegliere nei minimi dettagli di quali termini ci convenga adottare. In genere ci limitiamo a usare parole che non offendano la sensibilità altrui e che risultino idonee a esprimerci adeguatamente. Il fatto che il linguaggio non sia un atto premeditato non significa tuttavia che si tratti di un atto casuale. Intendiamo dire che se una persona usa con una certa assiduità alcune espressioni una ragione c’è. Questa ragione va ricercata spesso nel suo inconscio e influenza il suo modo di pensare, di valutare le cose, di giudicare gli eventi, di rapportarsi con la realtà. Ecco perciò che il nostro modo di esprimerci è lo specchio delle nostre credenze e dei nostri valori.

L’ascoltatore empatico, cogliendo le parole che in modo più significativo rappresentano il modo in cui l’interlocutore pensa, entra nel suo mondo, comprende le sue strategie, “legge” la sua visione delle cose, “vede” il suo modo di accostarsi alla questione che in quel momento si sta dibattendo.

 

Quanti accorgimenti è necessario osservare per essere un buon ascoltatore!

E’ davvero possibile ricordarseli tutti?

Come spesso accade quando ci si propone di modificare un comportamento, si incontrano molte difficoltà, ma con l’assiduo esercizio le cose diventano gradualmente più facili, fino a risultare naturali, o quasi. Ogni occasione è buona per allenarsi ad ascoltare, fino a diventare persone capaci di dare agli altri ciò che essi desiderano più di ogni altra cosa: essere ascoltati, compresi, accettati. Questa rimane troppo spesso un’attesa insoddisfatta. Per questo, quando incontriamo qualcuno che ci ascolta, gliene siamo grati. Per questo pensiamo che chi sa ascoltare ha davvero una marcia in più.

 

Bruno Bettenzani

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