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ARTICOLI


DILAGA L'ANALFABETISMO MANAGERIALE

di Paola Viglietti

Ci vuole un po' di musica

In questa fase economica definita da alcuni postmoderna, il “sapere” (conoscenze) e il “saper fare” (competenze) hanno ridimensionato il proprio valore a favore del “saper essere” e il “saper sentire”, nonché dell'energia e della passione (e motivazione) che i manager riescono a trasferire all'azienda e ai suoi stakeholder.

Tuttavia, secondo quanto afferma Franco Marzo nel suo recente volume “Music manager®” edito da Franco Angeli, a fronte di un bagaglio del sapere vastissimo – in cui università e master sono d'obbligo – i giovani manager accumulano competenze che sono il risultato di realtà simulate in aula o al computer, o nel migliore dei casi, vissute durante rapidi e ovattati stage. Inoltre, spesso per loro – che hanno vissuto in ambienti protetti (i giovani frequentano corsi di nuoto, pallavolo, pallacanestro, pianoforte ecc.) o virtuali (televisione, computer, play station e così via) – si sono diradate le crisi relazionali, l'esperienza fisica della lite o dello stringere alleanze o amicizie vere e durature vissute dalle generazioni precedenti.

Tutto ciò proietta i suoi effetti anche nelle relazioni sul luogo di lavoro e, a parere di Marzo, le conseguenze sono l'eccesso di teoria e di astrazione, la difficoltà nel decidere, la superficialità di rapporti, il distacco (scarso commitment), l'ipocrisia, l'opportunismo, la conflittualità latente. “Spesso ci accorgiamo che esiste un preoccupante ‘analfabetismo manageriale'”, afferma l'autore. “Mancano i comportamenti di base: la buona educazione, l'attenzione e il rispetto per la persona, la riservatezza, l'onesta intellettuale, il coraggio delle proprie azioni e decisioni. [...] Nell'era del terziario avanzato ove il destino delle aziende dipende molto dalle persone e poco dalle macchine, il rispetto e la qualità della relazione, sono i capisaldi di qualsiasi organizzazione efficiente”.
Fondamentale diventa allora aiutare i manager a riflettere su come essere “intonati” alla situazione, su come andare d'accordo con colleghi, capi e collaboratori, come raggiungere la “sintonia” di obiettivi e intenti, come rispettare regole e ritmi aziendali.

Marzo è convinto che l'esperienza musicale sia un ottimo mezzo per comprendere cosa vuol dire motivare, incoraggiare, trasferire fiducia ed energia, costruire e organizzare un progetto, e che l'azienda possa attingere dal mondo della musica molti valori ed esperienze pratiche.
L'autore di “Music manager®” propone l'esperienza di un percorso di formazione manageriale musicale in cui i partecipanti trovano numerosi spunti di riflessione attraverso vari passi: suonare un brano tutti insieme, andare allo stesso ritmo, interpretare la propria parte, improvvisare un assolo. Questi passi presentano molte analogie con la vita aziendale: andare allo stesso ritmo consente di imparare a condividere regole e obiettivi comuni (educazione, etica professionale, disciplina aziendale ecc.); l'armonia è una dimensione razionale e scientifica non solo della musica, ma anche dell'azienda (organizzazione, leadership, comunicazione, valori di riferimento ecc.); costruire una melodia richiede la stessa creatività e coraggio del proporre un nuovo prodotto o una nuova strategia; dirigere un'orchestra è arte manageriale che comporta rispetto, fiducia e soprattutto “pregiudizio positivo” nei confronti di tutti i “musicisti”.

L'esperienza musicale pone il focus aziendale sul processo, sul modo di essere di ciascuna persona in azienda. Il valore aziendale ed economico diventa funzione della capacità delle persone di “interpretare” (che comporta la capacità di mettere in gioco la propria individualità, il proprio talento, la passione, il sentimento) e non di “eseguire” pedissequamente il proprio ruolo, attraverso comportamenti meccanicistici, distaccati e alienanti, dove il miglior risultato è sempre il minimo. La differenza è sostanziale e la musica lo fa comprendere pienamente. Quando si interpreta, il minimo è la base di partenza, cui si somma il valore aggiunto dell'unicità della persona, che si integra con le altre unicità individuali nell'esperienza corale o orchestrale in un insieme che non è più il mero totale delle singole prestazioni. L'organizzazione diventa espressione dinamica degli “strumenti” che la compongono.

A fronte di tutto ciò, il manager – o meglio, il “music manager” – come il direttore d'orchestra, da grande tecnico e professionista del suo settore, si conquista la fiducia dell'“orchestra-azienda” attraverso la propria conoscenza e competenza, ma raggiunge la leadership gestendo e valorizzando ogni piccolo particolare, animandolo e infondendogli energia. Riconosce il disvalore delle “stonature” e, con grande concentrazione, impara a selezionare ogni tipo di “sonorità”, valutandola, modificandola e ravvivandola. Di qui l'attenzione del “music manager” agli aspetti tecnici, ma anche a quelli motivazionali di ogni singolo stakeholder con cui si trova a operare.

Il “music manager” ha una visione allargata dell'impresa: vive il risultato come la risultante armonica di un flusso di attività e di uomini che si propaga, come la musica di un'orchestra, in tempo reale, in ogni istante, in tutte le direzioni, verso tutti i pubblici di riferimento. Per questo tipo di manager non esiste un risultato finale, ma un continuo tendere, un flusso di suoni armonici e vibranti. A tutto ciò il “music manager” aggiunge un commitment continuo in prima persona: la propria passione per le persone che lo circondano, per le sorti aziendali, per i dettagli delle attività svolte, per i prodotti realizzati, per i clienti, per la vita stessa.

E, come conclude Marzo stesso, “fare musica offre il ‘la' per capire tutto questo. Adesso tocca a voi cominciare a suonare!”

 

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