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ARTICOLI


CON INFATICABILE INSENSATEZZA...
PER UN LAVORO APPASSIONATO

di Alessandro Zaltron

Una delle narrazioni più malintese di ogni tempo riguarda il modo in cui l'umanità è stata costretta al lavoro da un peccato originale, peraltro scarsamente connesso con la punizione che ne è seguita. Credo che quel racconto biblico voglia semplicemente dirci che lavorare richiede (anche) sacrificio. Ma vi sfido a trovare un ambito della vita umana, anche il più piacevole, in cui non si presentino mai la fatica, il dolore o la noia. Il messaggio religioso sul lavoro è altro, altamente etico: ognuno di noi ha dei doni e deve farli fruttare, altrimenti non è degno di far parte del consorzio umano. Sprecare i propri talenti equivale al peggiore dei delitti: mortifica sé e offende gli altri.
Incontro continuamente persone che fanno lavori di cui sono insoddisfatte, vivono male il rapporto coi colleghi, si lamentano pensando di non potersi togliere da una situazione in cui volontariamente si sono cacciate (magari per punirsi o per questioni di bassa autostima). C'è una via d'uscita, e cioè domandarsi: "Cos'è che mi appassiona? Quale pensiero mi dà gioia, in che ambito mi piace cimentarmi, di cosa mi sento esperto?". Se riuscissimo a costruirci la nostra professione con la stessa infaticabile insensatezza con cui ci innamoriamo, credo che non esisterebbero persone infelici sul lavoro o a causa di esso. Chi coltiva un interesse, ha ragionevolmente ottime possibilità di trasformarlo in un mestiere. Perché ogni lavoro è questione, essenzialmente, di passione.
A me piace scrivere: perché dovrei campare coltivando carote? Spesso invece si vive scissi, fra vita e lavoro, talento e scrivania, fra quello che siamo e quello che facciamo. C'è gente esuberante che si spegne appena entra in ufficio. Ho brillanti compagni di studi che si sono persi per strada.
Molti soggetti accettano, a volte consapevolmente, di staccare il cervello per otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana, e poi lo riattivano per vivere quella che ritengono la loro vera vita. Tenendo presente che un terzo della giornata lo passiamo a lavorare e un altro terzo dormendo, è davvero inquietante la prospettiva di vivere unicamente il 33% della nostra vita. Perché succede questo? Ritengo per due ordini di motivi:
1) i condizionamenti familiar-sociali in base a cui le uniche professioni possibili sono codificate dai contratti nazionali, e il posto sicuro è sempre quello da dipendente. Si aggiunga la falsa credenza sulla necessaria congruità fra il tipo di studi seguiti e il lavoro che si intraprende. Se avete un demone interno che vi agita, fregatevene di quello che vi dicono gli altri, anche di chi vi vuole bene: siamo gli unici giudici imparziali di noi stessi;
2) la sottovalutazione di sé: vedo decine di giovani che potrebbero spaccare il mondo e si riducono, lamentandosene, a passare carte, a farsi sfruttare, a recriminare sulla propria cattiva sorte. Non esistono lavori degradanti, solo persone degradate da lavori che non amano fare. L'unico limite oggettivo, purtroppo - e dico purtroppo perché in tutti gli altri casi si accampano scuse -, è l'handicap.

Non avere un lavoro che piace è particolarmente grave nell'epoca attuale, connotata da flessibilità estrema, dalla possibilità di scelta, da una cultura dell'impresa ormai sedimentata, dall'abbattimento di schemi economici e produttivi vecchi di due secoli. Mi raccontava uno scaltro imprenditore che la prima volta in cui ha prodotto jeans con gli strappi, i suoi clienti glieli hanno rimandati indietro, inferociti, pensando fossero difettosi. Ora li vende a 300 euro al paio e ha lanciato anche le collezioni numerate per poterli piazzare a 500 euro. Non intendo dire che tutti dobbiamo fabbricare pantaloni, e neppure che l'unico parametro del successo sia dato dalla monetizzabilità dei nostri talenti. Ma l'insegnamento mi sembra abbastanza chiaro: oggi possiamo finalmente fare cose diverse da quelle che sono sempre state fatte, senza che qualcuno ci ricoveri in manicomio. Basta avere una passione, un'idea, e un minimo amore di sé. L'unica cosa che i giapponesi non possono clonare, i romeni delocalizzare e i cinesi vendere sottocosto è proprio il nostro irripetibile genio individuale.

 

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